Affrontiamo un tema insolito che, il più delle volte, passa sottotraccia, ma che per il food e beverage incide non poco, almeno in termini di quantità: parliamo del cosiddetto Shrinkflation, ovvero la pratica con cui i produttori riducono la quantità di un prodotto mantenendo invariato il prezzo.
L’impianto normativo introdotto nel 2024 con il Codice del Consumo inserito dalla Legge 193/2024, imponeva ai produttori di apporre sulla confezione la dicitura: “Questa confezione contiene un prodotto inferiore di X (unità di misura) rispetto alla precedente quantità”, per un periodo di sei mesi dall’immissione in commercio, ora si allinea alle regole europee e abbandona l’etichetta diretta sulla confezione e la sostituisce con un sistema di comunicazione lungo la filiera commerciale.
Che significa?
In caso di riduzione della quantità nominale di un prodotto, produttori e distributori dovranno trasmettere ai rivenditori – fisici e online – una comunicazione standardizzata contenente la variazione di quantità e la percentuale di aumento del prezzo per unità di misura riconducibile alla riduzione del contenuto. Ma il fenomeno Shrinkflation fa il paro con quello che chiamano Skimpflation: due termini simili solo in apparenza.
Ma quali solo le differenze fra questi due fenomeni? Lo abbiamo chiesto al nostro esperto Giurista in materia di legislazione ristorativa Alessandro Klun:
«Shrinkflation e Skimpflation sono due strategie commerciali diverse, ma entrambe possono incidere sui diritti dei consumatori. La shrinkflation consiste nel ridurre la quantità di un prodotto mantenendo invariato, o addirittura aumentando, il prezzo. Di per sé non è vietata, purché la riduzione sia chiaramente indicata e non induca in errore il consumatore. La skimpflation, invece, riguarda la qualità: il prezzo resta lo stesso, ma vengono ridotti i servizi offerti o vengono impiegati materiali o ingredienti meno pregiati. Anche questa pratica è lecita, solo se il consumatore è informato correttamente. Quindi, la differenza è semplice: poiché la shrinkflation riduce la quantità, la skimpflation riduce la qualità. In entrambi i casi, il vero confine tra comportamento lecito e illecito non è la scelta commerciale dell’impresa, ma il rispetto del diritto del consumatore a ricevere un’informazione chiara. Ciò significa che se il consumatore viene indotto in errore sulla quantità o sulla qualità del prodotto, si può configurare una pratica commerciale scorretta ai sensi del Codice del Consumo».
Che si tratti di Shrinkflation o Skimpflation l’informazione, quindi, è basilare. Faccende che riguardano da vicino anche bar, ristoranti e hotel: pasta, farina, zucchero, prodotti per la sala e per la cucina sono, infatti, acquistati ogni giorno dai gestori Horeca soggetti alle stesse identiche dinamiche della grande distribuzione.
Quali suggerimenti per i gestori Horeca? Ci risponde Alessandro Klun:
«Per difendersi dagli effetti della skimflation, il primo consiglio è controllare periodicamente le schede tecniche delle materie prime e verificare se sono cambiati ingredienti, grammature, ricette o caratteristiche qualitative. È poi importante non valutare un acquisto solo in base al prezzo, ma considerare anche la resa del prodotto, cioè un ingrediente meno costoso potrebbe richiedere maggiori quantità o compromettere la qualità del piatto, annullando il presunto risparmio. Per le forniture continuative, è utile prevedere, quando possibile, clausole contrattuali che impongano al fornitore di comunicare eventuali modifiche qualitative del prodotto. Infine, diversificare i fornitori ed effettuare controlli periodici consente di individuare rapidamente eventuali peggioramenti. In un settore come l’HoReCa, la qualità percepita dal cliente è un valore fondamentale, quindi accorgersi in tempo della skimpflation significa proteggere non solo i margini, ma anche la reputazione del locale».
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