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Vino italiano: 53 milioni di ettolitri invenduti nelle cantine

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Oggi parliamo di vino, un settore che sta attraversando una fase delicata, nonostante l’Italia continui a vantare produzioni di altissimo livello. Ne abbiamo parlato anche nell’ultima puntata di Spunti di Vista, dedicata alla Nazionale Italiana Vini.
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Eppure, la qualità da sola non basta. Sempre più aziende italiane fanno fatica a collocare il proprio prodotto in un mercato in cui i consumi rallentano, sia in Italia che all’estero. Tra gennaio e maggio 2026, le vendite nella grande distribuzione sono diminuite del 2% rispetto allo stesso periodo del 2025. Sul fronte internazionale, l’export nel primo trimestre dell’anno registra un calo del 4% nei volumi e dell’8,3% in valore.

Il risultato è preoccupante: nelle cantine italiane giacciono 53 milioni di ettolitri di vino invenduto. Secondo i dati dell’Unione Italiana Vini, le scorte hanno ormai raggiunto l’equivalente di un’intera produzione nazionale annua, con un aumento del 7,3% rispetto allo scorso anno.

Per fronteggiare questa situazione, molte aziende stanno ricorrendo ai cosiddetti declassamenti, ovvero alla riclassificazione dei vini in categorie inferiori e più facilmente vendibili. In pratica, un vino Docg può diventare Doc, un Doc può essere declassato a Igt, fino ad arrivare al vino comune. Una scelta che permette di smaltire le giacenze, ma che inevitabilmente riduce il valore del prodotto.

I numeri confermano questa tendenza. Nei primi cinque mesi del 2026, i prezzi del vino sfuso sono diminuiti del 6% per i vini Dop, del 7% per gli Igp e addirittura del 14,4% per i vini comuni, che rappresentano il 75% dei declassamenti e vengono oggi scambiati a una media di appena 54 centesimi al litro.

Il presidente dell’Unione Italiana Vini, Lamberto Frescobaldi, lancia un appello chiaro: «Nelle attuali condizioni di mercato anche una vendemmia da 44 milioni di ettolitri non è più sostenibile. È il momento di assumersi la responsabilità di scelte coraggiose, anche se impopolari, perché l’immobilismo sta già costando al settore molto più di qualsiasi intervento di riequilibrio. L’iperproduzione sta comprimendo valore e redditività lungo tutta la filiera. Meglio una decisione sbagliata che nessuna decisione».

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