Siamo a Gennaio e non possiamo non parlare del Dry January, il famoso inno alla moderazione nel consumo di alcool lanciato nel 2013 dal Charity Alcohol Change UK come pausa rigenerativa dopo le festività.
Un Ffenomeno che è stato spesso interpretato come una sfida personale, utile a rimettere in discussione abitudini consolidate e a osservare con maggiore lucidità l’impatto del bere sul benessere quotidiano. Oggi, tuttavia, il suo ruolo sembrerebbe progressivamente mutare, non perché venga meno l’attenzione alla moderazione, ma perché si starebbe trasformando il modo stesso in cui questa viene praticata.
Secondo l’ultimo sondaggio Bevtrac di IWSR, condotto tra il 2024 e il 2025, su quindici mercati internazionali, l’interesse verso periodi di astinenza di un mese risulterebbe in calo soprattutto tra i consumatori della Generazione Z (età legale). In Italia, la quota di giovani che dichiara di aver evitato l’alcol per un mese sarebbe scesa dal 26% al 16%. Un dato che non sembrerebbe indicare un ritorno a consumi più elevati, quanto piuttosto a un progressivo allontanamento dall’idea che l’astinenza concentrata in un arco temporale rigido rappresenti lo strumento più efficace per incidere sulle abitudini.
La tendenza prevalente parrebbe, invece, orientata verso una riduzione della frequenza e delle quantità, distribuita lungo l’intero arco dell’anno.
Quindi, non un “gennaio secco”, ma un anno complessivamente più moderato, è questo il trend un fenomeno a cui è stato dedicato un libro: “No/lo manifesto del bere senza alcool” di Riccardo Astolfi edito da Enea Edizioni (286 pagine), che si pone come strumento non solo per promuovere la scelta analcolica, ma si presenta come una sorta di manifesto del bere senza alcol. Una pubblicazione utile certamente per tutti gli addetti ai lavori del mondo del beverage e per chi vorrà capire il fenomeno (per lo più ancora inesplorato) del bere senza alcool.